Sunday, 31 December 2006

La Meva Vida Amb Cuatro Euros

…Everything went from bad to worse, money never changed a thing,
Death kept followin', trackin' us down, at least I heard your bluebird sing.
Now somebody's got to show their hand, time is an enemy,
I know you're long gone,
I guess it must be up to me…


Cara mamma, qui tutto bene, studio e lavoro ed ho una ragazza…
Buttai quel pezzo di carta dopo pochi secondi. La mia penna si era fermata sull’ultima “a” di mamma facendo un piccolo buco nella carta. Avrei voluto scrivere delle belle notizie, ma da quando ero arrivato, tutto era andato male. Eppure avevo tutte le migliori intenzioni del mondo: avrei smesso le serate a rincorrere whisky con il gin e a lavare tutto con la sambuca fino a quando non finivano i soldi. Erano finiti quei tempi.
Ahh, quei tempi…Avevo lasciato Ravenna con almeno quindici baristi che mi cercavano, anche se il sedicesimo l’avevo ancora buono.




“posso sempre tornare da quello lì”

ridacchiavo, mi tenevo caldo un pensiero, lo cullavo e lo nascondevo all’autunno che cominciava a ingiallire le foglie e a coprire le spalle delle ragazze. Mi restava un bar da prosciugare, lì da dove ero venuto. Era questa come una piccola scala fuori dal buco che mi ero scavato nel tentativo di uscire da un altro. Risolvevo problemi creandomi problemi più grossi, d’accordo che non ero all’ultima spiaggia, pero di sicuro stavo sulla duna. Era questa una mia caratteristica, mi accompagnava dall’infanzia. Una volta da piccolo giocando con delle arance pregiatissime spedite ai miei direttamente dalla Sicilia me ne era caduta una dalla finestra…mi si congelò il sangue nelle vene, ma allo stesso tempo, un meccanismo freddissimo e criminale aveva preso il sopravvento…avrei coperto il crimine sbarazzandomi di tutte le prove, buttando tutte le arance dalla finestra, e tirando la cassetta nel fuoco del camino. dal mio punto di vista era un incantesimo, una magia un gioco di prestigio. In realtà mi ero solo incasinato ancora di più.
Era il quarto giorno che camminavo su e giù per la città, quasi imbambolato, in un limbo di nullafacenza e inerzia estiva. Ero al verde, non sapevo cosa fare e non avevo nessun impeto a conoscere il mio destino. Ma ben presto sarebbe stato troppo freddo per dormire in spiaggia e ben presto il mio aspetto sarebbe stato troppo brutto per chiedere decentemente lavoro. Ne avevo cercato, lo giuro! Non avevo lasciato la mia vita completamente al vento. Il gestore del ristorante in centro mi aveva visto e aveva fatto finta di non vedermi, ma io ero stato superiore. Cordialmente gli avevo chiesto un posto di lavoro, promettendogli di rasare la fitta barba nera che quasi mi copriva la faccia. Sarei stato puntuale, sì, avevo già lavorato, sì, conoscevo altre lingue, sì, l’attenzione al cliente. Ma no. Niente. Non c’è lavoro per un ingrato, senti ragazzo perché non vai a casa, cell’hai una casa, mah, scusa ho un cliente.
Ero stato educato in una buona famiglia, avevo viaggiato e mangiato nei migliori ristoranti, un anno avevo anche pranzato a fianco dell’ammiraglio supremo. Che anno fu quello! E pensare che dovevo sentirmi la ramanzina di questo buzzurro pakistano! Non sarebbe neanche degno di lavare la stiva delle navi del grande ammiraglio…io invece vi ho pranzato a fianco, ho salutato secondo il galateo sua moglie e sua figlia, deliziandole con il mio spirito e citando Platone e Woodsworth.
Puah, pakistano. Mentre vado via vedo che si pulisce il naso con una mano, spalma tutto sul retro dei pantaloni e poi serve un cliente.
Era il quarto giorno, il primo, appena arrivato, mi avevano rubato portafogli con i soldi datemi da mia madre. Avrei potuto vivere con quei soldi, un mese, forse di più…ripensando a quel fatto mi bolliva il sangue nelle vene.
Il viaggio era stato lungo e aveva trascinato, mio malgrado, pensieri che era meglio avessi lasciato sulle banchine del porto. Quasi a metà strada cominciai a fare giri infiniti su e giù per il ponte, preda di spasmi quando s’infittivano le trame dei miei problemi e i loro possibili intrecci. Ma l’aria umida del mare era per me un balsamo morbido, confortante e al tempo stesso pungente. Mi distendeva, sciogliendo come mano di pescatore sapiente, i nodi dei miei problemi. Tutti i sensi mi erano sensibili, potevo distinguere l’odore acre della salsedine che si univa in gocce all’antiruggine dei passamano. Secondo il vento si insinuava a volte una nota di nafta dalle ciminiere, o una di fritto dalle cucine. Le mie orecchie risuonavano con le turbine della nave, e le eliche, lente, ma inesorabili rigiravano quantità d’acqua dietro di noi. Tutto attorno si distendeva l’inestimabile grandezza del mare: ampio e rotondo, nero e misterioso.
Appena sceso, mi ero imbattuto in un tipo di Massa che aveva l’aria di sapere quello che diceva, dal mio canto invece ero completamente estraneo sia a Barcellona. Non solo era la mia prima volta in un posto straniero, era anche la mia prima volta fuori di una dimensione di paese, di campagna, di bar sottocasa e pettegolezzi da parrucchiera. Guardavo la silouhette dei grattaceli che si stagliava davanti alle montagne, di un grigio sempre più chiaro man mano che il sole si nascondeva. Dal ponte della nave avevo visto le colonne d’auto infilarsi nel cuore degli edifici come arterie pulsanti a destra rosse, e a sinistra gialle e bianche, come un flusso unico come un sangue, vivo, trascendente, che viveva nella città e che viveva della città- la nutriva e se ne nutriva. Mi ero lasciato trasportare dalla sinfonia di quella serata, avevo speso dieci euro per comprare del whisky. Il compagno di Massa era un tipo grosso, con una scodella di capelli in testa che gli conferiva un certo tono da scolaretto. Le mani bruciate dal sole dal sale e dal poker, la cicatrice sulla guancia e sul sopracciglio però parlavano più di lui. Entrambi dovemmo pensare, chi prima chi poi, che non fosse una buona idea ubriacarsi senza avere un posto dove dormire, ma entrambi ce ne fregammo beatamente. La mattina dopo mi svegliai con i capelli sugli occhi e con lo sguardo schifato di un turista addosso. Non avevo più il portafogli, e mancava qualche sigaretta dal mio pacchetto. Mi avevano lasciato con una camicia e poche altre cose, in fondo non avevo molto e non mi avevano rubato molto. Mi tirai i capelli via dagli occhi, mi lavai la faccia in una fontana, non avevo un soldo, non avevo un contatto ma una strana sensazione di positività mi pervase. Avevo la sensazione che fosse cominciata un’altra vita.

Era cominciata la mia vita con quattro euro.

We heard the Sermon on the Mount and I knew it was too complex,
It didn't amount to anything more than what the broken glass reflects.

When you bite off more than you can chew you pay the penalty,

Somebody's got to tell the tale,
I guess it must be up to me.


E così sono quattro giorni che mi tiro avanti e faccio della città il mio uscio, il mio salotto, la mia camera e il mio studio. Una volta al giorno, passo dai ristoranti ed elemosino un piatto di avanzi litigandolo con qualche altro disperato che passa di lì ma non è poi così male. Ho rubato dieci Bic da dieci uffici postali, e se mi state immaginando come un buono a nulla, pensate di nuovo. Ho studiato, e sono stato educato, ho mangiato a fianco dell’Ammiraglio generale ed ho intrattenuto la sua dama e sua figlia.
Dormivo in strada o in spiaggia da giorni e non conoscevo altra acqua che quella della fontana, ma il mio aspetto e la mia portanza mi conferivano un certo rispetto, molto più di quello che poteva ottenere un panzone biondo con i sandali e i calzini e una macchina fotografica al collo.
Puah, pakistano. Imbecille, qualcuno un giorno ti dirà che sei stato un imbecille e che se avessi avuto mezzo cervello avresti capito che razza di persona avevi mandato via. Qualcuno un giorno te la fará pagare. Ma del resto, non potevo chiedere nulla di più al destino, lo prendevo in giro io, mi prendeva in giro lui. Si faceva notte, e ogni giorno si faceva notte prima e restava notte per più tempo. Come una valanga, il crepuscolo cresceva col rincorrersi delle ore. Erano le sei; il sole mandava già riflessi arancione sugli specchi dei grattacieli e inondava la piazza centrale come un fiume in piena. C’era un enorme orologio sul muro ovest del centro commerciale, e mi divertivo a controllare con precisione il momento esatto in cui i raggi cadessero dietro la mole di cemento per poi filtrare la trasparenza delle vetrine. Non avevo voglia di andarmi a cercare un posto per dormire: la notte prima avevo stranamente riposato benissimo su di una panchina riparata da un cedro altissimo, lontano dai manganelli dei poliziotti e dai bastoni dei vecchi (che si dedicavano a svegliare i barboni). Sentivo di nuovo quella strana, ingiustificabile euforia, ironia e fiducia. Una sensazione di positività nel mezzo della totale disperazione. Quella notte l’avrei passata insonne. In fin dei conti, mi ripetevo, ero abituato all’alta società ed era venerdì sera.

Well, I met somebody face to face and I had to remove my hat,
She's everything I need and love but I can't be swayed by that.
It frightens me, the awful truth of how sweet life can be,
But she ain't a-gonna make me move,
I guess it must be up to me.


Quella sensazione di positività, mi portò velocemente a passeggiare nelle strade e nelle piazze dei quartieri alti. Oh, come sarebbe bello avere un lavoro qui, e frequentare tutte queste persone, e raccontare della mia vita e dei miei trascorsi.
Sì, ho vissuto nelle strade di questa città come un uomo di strada. ma badi signorina, non fui mai di bassa estrazione! Camminai sempre come cammino adesso, fiero e cosciente, come se avessi già preveduto questo momento, questo fantastico momento in cui i suoi occhi muoiono per incontrare il nero dei miei, e mentre la seta che le abbraccia i fianchi muta tra due colori a seconda della luce. Perché essere povero ti espone a dubbi e a vie nuove come fa un viaggio in un posto lontano. È come viaggiare in un altro mondo, non c’è una guida non ci sono cartelli ne segnali, in un certo senso sei un esploratore. Mi sentivo come Sir Ernest Shackleton. Come quei gentiluomini della borghesia inglese che salpavano con un manipolo di coraggiosi alla volta delle calotte polari. Sir Ernest Shackleton, voi salpaste con cento cani, dieci uomini, due bandiere e una singola forza di volontà che impauriva chiunque fosse assalito dal più minimo dubbio. Che storie le potrei raccontare Signorina, prima di accettare il suo invito stasera. Che storie potrei…
Ero seduto a gambe larghe su una panchina in mezzo alla piazza più bella e luminosa di Barcellona, avevo delle scarpe di pelle, i pantaloni color sabbia. Una maglia a righe grigie e nere mi copriva il petto stanco di tanto camminare, avevo il collo avvolto in una sciarpa dello stesso colore calda e cucita a mano, e la lana blu del mio pastrano era grossa e di buona fattura. La barba lunga non mi donava, ma ero riuscito a tenere in ordine i miei capelli, che solo di rado mi coprivano l’occhio destro. Avevo 27 anni.

If I'd thought about it I never would've done it, I guess I would've let it slide,
If I'd lived my life by what others were thinkin', the heart inside me would've died.
I was just too stubborn to ever be governed by enforced insanity,
Someone had to reach for the risin' star,
I guess it was up to me.


“quando la smetterai di blaterare potrò cominciare la visione”
A fianco a me stava un uomo sulla sessantina, di carnagione scura, le fattezze del viso mostravano chiaramente il tempo e soprattutto le storie che aveva passato. L’uomo era di carnagione scura, caraibico. Era vestito con un vestito di lana di scozia e un panciotto della stessa fantasia. Aveva scarpe sporchissime, che però badava a pulire ogni due o tre minuti con lo sputo e con le mani.
Ogni fine settimana osservo le persone da questa panchina da oramai molti più anni di quanti ne hai passati tu su questa terra. E non ti permetterò di rovinarmi lo spettacolo. Quindi o ti stai zitto o te ne vai.
Guardammo la gente sfilare per ore, gli fumai tutte le sue Galoises, sembrava quasi contento che gliele togliessi dal pacchetto…Era venerdì e passarono davanti ai nostri occhi più persone che in un museo. Era come avere una finestra sul mondo e vederlo rutoare dall’esterno. C’erano i visi preoccupati di chi è in vacanza per divertirsi e si sforza incredibilmente senza riuscirci, c’erano donne bellissime che non sapevano di esserlo e donne meno bello che nascondevano bene i loro difetti, poco a poco passarono tutte le etnie, tutte le razze tutte le regioni e tutte le province. Passarono i neri, scappati da chissà quale posto in africa, con i loro vestiti larghi e la loro luccicante bigiotteria; passarono gli italiani, quelli belli, stupidi e vestiti bene, e poi quelli sporchi e senza meta. Ci camminarono dinanzi i maghrebini con la loro brillantina e una minaccia negli occhi. Cantarono i gitani intorno a noi, ammirati dagli inglesi e dai tedeschi. Passarono quelli con le scarpe nuove, e quelli che le avrebbero comprate l’indomani.
Erano giá le cinque. Quando la piena del fiume di persone perse forza mi sentii come stanco e pesante. Mi sentii quasi in colpa di aver fumato mezzo pacco di sigarette a quel povero, passó un uomo che vendeva birre, e barattai con lui i miei quattro euro per cinque di lattine di birra. Albeggiava ad est.
La mia vita con quattro euro.

So go on, boys, and play your hands, life is a pantomime,
The ringleaders from the county seat say you don't have all that much time.
And the girl with me behind the shades, she ain't my property,
One of us has got to hit the road,
I guess it must be up to me.



La Meva Vida Amb Cuatro Euros- scritta tra il 26/9/2006 e il 31/12/2006.
I versi sono stati gentilmente donati in sogno e presi da:
Up To Me – Bob Dylan

Thursday, 16 November 2006

#1



A Prophet and a Liar

A Prophet and a Liar

Hi all,

I think I shall enroll in a project bigger than my tiny self. That is, interpret with my puny illustrating abilities some of my favorite verses:

The first one to receive this shameful treatement will be:

The Singing-Woman from the Wood's Edge
by the magnificent Edna St. Vincent Millay

I'll leave you with a bit of the text so you can relate...

What should I be but a prophet and a liar,
Whose mother was a leprechaun, whose father was a friar?

Teethed on a crucifix and cradled under water,
What should I be but the fiend’s god-daughter?

And who should be my playmates but the adder and the frog,
That was got beneath a furze-bush and born in a bog?
And what should be my singing, that was christened at an altar,
But Aves and Credos and Psalms out of the Psalter?


Wednesday, 15 November 2006

Tuesday, 14 November 2006

Back Issues

Here I am again,

I must be REALLY bored at work (all you wanking music magazine editor in america reply!).

I'm hereby posting my back issues. For your eyes only.


A Face Of The Cat Named Isaiah



Jude the Obscure



My Ancestor In A Full Navy Uniform



Goldbach's conjecture is one of the oldest unsolved problems in number theory and in all of mathematics



Mutant Monks From Outer Space



Behold! The Mighty Power of Godzilla!

First Entry


Hello eventual readers,
we are the Friends of Enemies










We shall post the fantastic series
D u m b D r a w i n g s, among other random thoughts.

rejoyce!
FoE


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And You Thought They Were Cute. It's Too Late Now. Goodbye.